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28.01.2018

IVO ANDRICH

Alla fine


Ivo Andrich
Ivo Andrich - Agordo (BL) 30.03.1949

Poi c’è solo il traguardo.

Il mio obiettivo ultimo. Non mancano tanti chilometri e io già scalpito perché so che nella salita della Cascata potrò finalmente riscattarmi. La mia gara è tutta in solitaria. Vedo sfrecciare a destra e a sinistra, sui binari o fuori, i concorrenti partiti dietro di me. Mi vedono, mi riconoscono, mi incitano. Ma poi mi passano e io resto li con la mia scivolata distinta, vero passo alternato di un tempo. Che prevede la sciolina e non solo braccia che spingono smaniose. Forte, ancora più forte. Fino a trascinare il corpo intero.

Ma arriva sempre un momento in cui è resa dei conti. Siamo quasi alla fine. La salita è di quelle da cavare il fiato. Impenna rapida, quasi superba. Vedo davanti a me una fila di sciatori che tentano di andar su di potenza, che danno fondo alle loro esigue energie.  

Io prendo il mio tempo. Mi tolgo gli sci. Li sciolino rapido, dapprima uno e poi l’altro. Li maneggio con la destrezza che deriva da anni di pratica. Li maneggio con la cura che si riserva alle cose preziose. Poi li rimetto e parto.

Ne supero uno, poi due e poi tre, e poi ancora. Li conto mentalmente mentre gambe e braccia fanno quello che sanno fare meglio, in una sincronia quasi perfetta. Ma è quando supero il trentesimo che un sorriso compiaciuto spunta sulle mie labbra ghiacciate. Anche quest’anno sono riuscito nell’impresa, mi sono preso la mia piccola rivincita. Salite pure con le braccia voialtri, vi faccio vedere io come si faceva una volta!

Avanti, ancora avanti. Scollino. Poi c’è solo il traguardo.

Che mi aspetta, vestito con l’abito più bello. Quello delle grandi feste. Pieno del calore che solo la somma di tante voci, di tanti cenni, di tanti colori può sprigionare. Tutti gli anni arrivo alla strettoia dopo Piazza Res, vedo in fondo il ponte in legno, mi lascio andare alla discesa ed è pura emozione. Sempre diversa. Come uno schizzo fatto a mano libera, con una matita dal tratto sottile. Sono li assiepati, una folla che ti attende arrivare, che riconosce il pettorale giallo, che aumenta esponenzialmente i decibel. E tu scivoli con la stanchezza che scompare negli ultimi 20 metri. Senti il tuo nome scandito dallo speaker, sei tu alla fine di 70 km combattuti. Da li in poi è solo esultanza, verso la linea che decreterà che sei arrivato. Anche oggi.

È il momento che più amo, quello che mi affranca da un anno di allenamenti e pensieri, tutti dedicati ad approdare qui. Mi lascio cadere al suolo. Sento la neve attraverso la tuta leggera. La sento fredda. Confortante. Mi lascio cadere al suolo con la consapevolezza che non è fatica. È puro abbandono. Per un attimo sono davvero libero. Mi delizio di quest‘istante, che presto finirà. Salirò in macchina per tornare a casa e allora il pensiero della prossima Marcialonga si farà strada e tutto tornerà a girare come su una giostra antica. Una di quelle con i cavalli di legno, galoppanti, che si vedevano nei luna park. 

Concept, intervista e testo: Susanna Sieff
Foto: Alice Russolo
Riprese: Graziano Bosin - Dolomiti TV

L'INTERVISTA

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